Bari – Il lato buffo del mistero, così Paolo Rossi affronta i problemi quotidiani …

mb-2010-01.jpg“Dario Fo dileggia il potere e restituisce dignità agli oppressi” (Accademia di Svezia); “Come Molière, Fo ha usato il riso come arma contro i bigotti” (Le Monde). Queste due affermazioni spiegano l’arte di Fo e il motivo per cui gli fu assegnato il Premio Nobel per la letteratura nel 1997.

Sicuramente l’opera più conosciuta e rappresentata di Fo è il “Mistero buffo”, una satira feroce in chiave anticlericale su politica, chiesa e morale comune. Il titolo fa riferimento ai misteri, quei 15 episodi della vita di Gesù e della Madonna meditati durante la recita del Rosario, ma anche a quei drammi di argomento sacro, in volgare, del tardo medioevo italiano e francese; il “buffo” invece è ciò che deriva da quanto lui ha detto e scritto in merito. L’opera buffa qui non c’entra; se mai il riferimento va alla commedia dell’arte e alla farsa.

Dario Fo parte dal principio che la cultura ufficiale ha sempre rubato materiale a piene mani dalla cultura popolare, rielaborandolo e appropriandosene. E’ quindi sacrosanto restituire al popolo quanto gli appartiene, rivalutando la figura del giullare, nella quale l’artista si riconosce. Ed è dalla satira, dall’anticonformismo che al dogma fa pernacchi, che scaturisce la risata come liberazione, quando si scopre che il contrario di certe presunte verità di comodo è più credibile dei luoghi comuni. In questo modo personaggi per tradizione negativi, come matti, imbroglioni, prostitute, ladri e ubriachi, vengono difesi e riscattati.

Nel “Mistero buffo” Dario Fo riprende antichi testi religiosi, probabilmente rimaneggiati dai Vangeli ufficiali e apocrifi, e testi medioevali reinventati, liberati dalle ipocrisie aristocratiche del tempo, ponendo l’accento sulla mistificazione operata nel corso dei secoli.
Paolo Rossi si è ispirato proprio all’opera di Fo e ha allestito uno spettacolo, lungo monologo di due ore in due tempi, e lo ha portato in giro per i teatri italiani, fino ad approdare al nostro Petruzzelli per l’inaugurazione della stagione di prosa del Teatro Pubblico Pugliese. Nessuno meglio di lui forse oggi è titolato ad interpretare il “Mistero buffo”, per le affinità sia culturali che ideali con il maestro, anche se egli sostiene di non essere “comunista, al più anarchico”.

Per Paolo Rossi il “Mistero buffo” è però un punto di partenza, una partitura teatrale che egli adotta come canovaccio, una sorta di work in progress. Dell’opera originale conserva lo stile e lo spirito. Partendo dai testi medioevali, scritti in grammelot (un idioma che mescola varie lingue della pianura Padana), Paolo entra nel vivo del presente con frequenti cambi di registro: ogni giorno ci sono nuove storie che si integrano con il testo originale, lo trasformano e lo arricchiscono. I misteri vecchi e nuovi si mescolano e si fondono nell’unicum teatrale costruito nell’improvvisazione dell’affabulatore.

Così Rossi affronta i problemi quotidiani: si interroga sulla sorte di Gesù se arrivasse oggi nelle vesti di un clandestino. Allo stesso modo si chiede come sarebbe vissuta oggi la vicenda della Madonna e di San Giuseppe al momento del concepimento di Gesù. E ancora diventa esilarante e caustico nel narrare in chiave moderna la resurrezione di Lazzaro, con un Gesù che è un divo che si presta a firmare autografi e farsi fotografare con gli ammiratori.

Il discorso diventa terribilmente serio quando si afferma, quasi con noncuranza, che “Gesù fa i miracoli per mettere gli uomini di fronte alle contraddizioni dell’esistenza”. Ma ci sono anche frecciate ai problemi che affliggono l’Italia, come il precariato, le morti bianche, la politica (“Pensate: il discorso della montagna in piena campagna elettorale”), la giustizia (“Per i poveri, fatta la legge, scoperto l’inganno; per i ricchi, scoperto l’inganno, si fa la legge”); e c’è anche la preghiera del comico per chiedere perdono al pubblico; c’è la nascita del giullare; c’è la disperazione della Madonna (interpretata da Lucia Vasini) che scopre che il figlio sarà crocifisso.

2869.jpgLo spettacolo termina con la crocifissione simbolica di un manichino (il povero Cristo, in tutti i sensi), e con l’omaggio a Dario Fo, cantando, anche questa in versione stravolta, “Ho visto un re”, canzone che Fo scrisse con Jannacci.

Divertente, pungente, intelligente, grande nella sua semplicità.
Sul palco Emanuele Dell’aquila ha accompagnato alla chitarra e, all’occorrenza ha recitato.

Il pubblico ha contribuito lasciandosi coinvolgere.
Inconsapevolmente.

Gianfranco Morisco
Bari – Il lato buffo del mistero, così Paolo Rossi affronta i problemi quotidiani …ultima modifica: 2010-11-06T18:22:00+01:00da puglialive.net
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